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RITRATTO: LA RICERCA DELL'ESPRESSIONE
(da: Rognoni Roberto, "Ritratto: la ricerca dell'espressione", in Tutti fotografi, Ottobre 2001 - Versione PDF)

Il ritratto, insieme al paesaggio, è il soggetto più praticato dai fotoamatori.
I familiari sono le prime “vittime” di questo fotografo. Una funzione molto importante nella storia della famiglia ha l’album delle foto che raccontano le tappe tradizionali della vita, le nascite, gli amori, le cerimonie e i vari incontri da tramandare ai “posteri”.
Queste immagini quindi, a prima vista banali, vanno fatte con una certa consapevolezza per essere significative anche al di fuori degli affetti più intimi ed avere un valore di documentazione per le successive generazioni.

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Valori espressivi e significati

Mi piace iniziare questo capitolo con le definizioni di ritratto che dà il Chini nel suo volume sul linguaggio fotografico (Renzo CHINI – Il linguaggio fotografico – SEI).
“Ritratto è esprimere una persona mediante la sua effigie. Il ritratto, perciò, occupandosi della persona, che è una unità fondamentale di pensiero, sentimento e azione, è sempre ritratto psicologico, altrimenti la figura umana viene ridotta al rango della rappresentazione di una bottiglia o di una coppia d’uova...”.

I generi fondamentali del ritratto sono, sempre secondo Chini:

• Il ritratto agito o narrato: che tenta di esprimere il soggetto attraverso la propria individualità, con particolare attenzione ai gesti e agli atteggiamenti; “narrato perché la tecnica di ripresa è quella dei fotografi narrativi, agito perché il carattere del soggetto viene espresso mediante la sua dinamica fisica e fisionomica più che dalla diretta proiezione sul volto della sua interiorità”.

• Il ritratto rubato: è un genere particolare e minore del ritratto agito; la sua grande risorsa è di potersi mutare, all’ultimo momento in ritratto agito o posato.

• Il ritratto ambientato: “è un ritratto doppio, vale a dire del soggetto e del suo ambiente. … Quasi tutti i soggetti, infatti, si trovano più a loro agio, per qualsiasi genere di ritratto, se fotografati nella loro abitazione o sul luogo dove lavorano”. Da non confondere con la definizione di “figura ambientata” di salonistica memoria.

• Il ritratto posato: è il genere più antico, realizzato generalmente in studio, lo sfondo è quasi sempre neutro.

• Il ritratto recitato: dove vengono usati in genere modelli professionisti, la figura umana è raffigurata con evidenza, senza lo scopo di esprimere la personalità dei soggetti.

“Oggettivo o soggettivo che sia, il ritratto non è tale se non è realistico, vale a dire se non esprime interamente il soggetto”.
In queste note non tratterò degli ultimi due generi, legati alla fotografia professionale di “beauty”, di moda e di pubblicità, dove i soggetti ed i fotografi sono in genere “comprati” al servizio di un messaggio che non è richiesto di condividere.
La fotografia di una persona deve quindi comunicare all’osservatore l’interpretazione che ne dà il fotografo, in comunione di intento con il soggetto fotografato.
Da questa affermazione ne deriva che la fotografia di ritratto non può essere né immediata né superficiale e la sua riuscita dipende da molti fattori che si devono combinare in una perfetta simbiosi soggetto - fotografo.

Il soggetto ed il suo fotografo, se vogliono uscire da una visione puramente estetica, devono scegliersi e costruire insieme una rappresentazione che cerchi di comunicare all’osservatore elementi del carattere della persona più o meno legati all’aspetto fisico, più semplicemente descritto da una immagine.

Diventa allora essenziale la reciproca conoscenza, il comune intento di raccontare un po’ di se stessi, attraverso una “regia” del ritratto: dalla scelta dell’ambiente circostante, alla preparazione del soggetto nei minimi dettagli, in modo da facilitare l’osservatore nella lettura del messaggio.
Evidentemente questo è un processo complesso: la fotografia riproduce con precisione l’esteriorità del soggetto, e attraverso questi segni i due protagonisti devono comunicare elementi interiori della persona raffigurata.

Ritornando quindi alla premessa di queste note, fotografare i propri familiari potrebbe proprio essere l’inizio della ricerca del metodo di lavoro per realizzare ritratti che vanno al di là delle sembianze esteriori e comunichino elementi della personalità di chi viene fotografato.
Per far questo, ripeto, è necessaria la collaborazione del soggetto e la sensibilità del fotografo che deve mettersi al servizio del suo soggetto, cercando di mediare le proprie convinzioni con quelle della persona da rappresentare.

Per un ritratto così inteso non è certo sufficiente fare qualche scatto isolato o rubato. Il fotografo ed il suo soggetto devono fare una sorta di allenamento per superare l’iniziale reciproca riservatezza, verificando insieme i primi risultati e le scelte successive.
Le scelte operative del fotografo devono essere condivise dal soggetto, mentre le scelte espressive del soggetto devono essere condivise dal fotografo, che è l’artefice del risultato finale e alla cui capacità ed obiettività il soggetto ha deciso di affidarsi nel momento in cui si pone davanti alla fotocamera.

Evidentemente quanto detto finora ha una valenza minore nel ritratto sopra definito “rubato”, in quanto in questo caso il soggetto, almeno all’inizio, è inconsapevole del fatto che un fotografo sta esplorando il suo “essere” alla ricerca di un messaggio da trasmettere ad un osservatore.
Il fotografo può conoscere o non conoscere il soggetto. Nel primo caso potrà poi scegliere se informare a posteriori il soggetto sulla rappresentazione che ne ha dato; nel secondo caso non potrà invece che agire univocamente dando solo una personale interpretazione del soggetto scelto.

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